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neon>fdv
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short
show # 07
EVERYTHING SUCKS
di Stefano Mandracchia
23 ottobre - 9 novembre 2007
inaugurazione martedì 23 ottobre, ore 18:30
a cura di Francesco Pedraglio

“...in the best of all possible worlds”
Quattro monitor a terra, coperti dalle proprie scatole d’imballaggio
forate, rivelano una costellazione di punti colorati, monadi impazzite
che brillano solitarie creando irregolari patterns optical. Sulla parete
un neon bianco illumina con luce strettamente funzionale una composizione
di nature morte, disegni su carta e stampe affascinanti ed anonime.
L’installazione di Stefano Mandracchia per Neon fdv appare come
una mesta celebrazione di vanitas contemporanee, dove la crudezza dell’installazione
è bilanciata da un movimento ritmico, quasi pittorico, di colori
e linee, da un istante di genuino e semplice equilibrio. “Everything
Sucks”, tutto fa schifo. O ancora meglio: everything sucks... in
the best of all possible worlds. Nel Candide di Voltaire, il Dottor Pangloss
(in greco tutto-lingua) viene descritto come un erudito filosofo ed esperto
tutore e, in quanto tale, il migliore tra tutti i possibili filosofi e
tutori. Semplice causa-effetto: non esiste un effetto senza una causa
e, dal momento che ogni cosa è stata creata per servire una ragione
ben definita, non solo tutto ciò che ci circonda è buono,
ma è semplicemente il meglio. Persino nel bel mezzo di un maremoto
che vedrà il Dottor Pangloss e lo stesso Candide come unici supestiti
(insieme al più violento dei marinai, uomo malvagio e Giuda voltairiano),
il filosofo osserva con fierezza la veridicità del suo metodo dimostrando,
attraverso una deduzione logica, come quello spicchio di mare fosse stato
disegnato appositamente per accogliere tale disgrazia. Questa ottusa ostinazione
positivista, portata al suo dogmatico estremo, suggerisce un’accettazione
delle sventure e dello squallore del fare-produrre umano come risultato
inevitabile (ed inevitabilmente buono) della realtà che ci circonda.
La diretta conseguenza di un abuso di tale pensiero (ancora una volta:
causa-effetto) porta direttamente ad una sorta di fatalismo becero: le
bassezze che ci stanno attorno sono tutte conseguenze necessarie, e in
quanto tali ottime, che risolveranno ogni situazione al meglio. Ma cosa
succede se tutto ciò che ci circonda è insignificante? Nell’installazione
“Everything Sucks” presentata da Stefano Mandracchia per neon>fdv,
l’uso di un'estetica cheap e diretta, la riproposizione del concetto
di unità semplice (pixels-monadi) attraverso un imballaggio da
televisione, lo sfruttamento pratico del neon da cucina come illuminazione
per disegni e stampe di nature morte contemporanee tanto inutili quanto
gradevoli, tutto quanto sembra proporci una risposta critica, disillusa
e propositiva ai cliché di un uso determinista dei materiali e
delle fonti d'ispirazione, in favore di un atteggiamento romantico verso
la bellezza della composizione, dell'istante e dell'equilibrio. Non solo
il lavoro è presentato in modo essenziale e diretto, ma Stefano
sembra invitarci a viverlo fino alle estreme conseguenze, rintracciando
le tenui bellezze ritmiche dell'installazione: l'aspetto della composizione
che potremmo definire pittorico, ritmico, leggero. Questo non significa
certo che l’artista desideri esaltare alcuna qualità nascosta
nelle rovine estetiche del banale; al contrario Mandracchia sembra suggerirci
che non esiste alcuna qualità nascosta da recuperare nel suo lavoro,
ma che è esattamente nelle ceneri di questa scomparsa e nello sgomento
che ne segue che dobbiamo percepire una fantastica leggerezza: ci rimane
solo l’attimo di fruizione, un ritmo incalzante, una nota perfettamente
vibrata o un colore equilibrato. La composizione a prima vista disinteressata,
persino frivola, permette di esaltare l’importanza di dare un senso
‘orizzontale’ alla ricerca artistica: un movimento dei sistemi
di valore creati da diversi campi del fare e pensare arte. Un esempio
potrebbe essere rintracciato nell'acquisizione di codici architettonici
e pittorici come parti integranti del lavoro dell’artista, usando
questi differenti piani in modo metaforico, ponendoli uno accanto all'altro
a creare composizioni non ortodosse. Così facendo l’uso di
un linguaggio architettonico permette di creare un’immagine alternativa
dell'essere umano e di ciò che si è costruito attorno, tramutandosi
in metafora del suo stesso divenire; tutto questo viene a sua volta combinato
con riferimenti pittorici in grado di dettare un ritmo basato su qualità
direttamente percepibili, quali il colore, la disposizione delle differenti
unità e la ritmicità nello spazio.
Tutto questo processo è più orizzontale che verticale: non
parla di architettura o di pittura, ma si declina attraverso i loro sistemi
di valore. Si tratta di un ragionare sulla possibilità di utilizzare
linguaggi in modo simbolico, tanto da creare un mood, un aura percepibile
e vivibile. Non a caso il lavoro di Stefano sembra più vicino alla
definizione di "ambiente" che di installazione: i codici architettonici
pongono le basi strutturali, mentre quelli pittorici, attraverso ritmo,
colore e disposizione spaziale, sembrano costituirne la ‘consegna’
allo spettatore. In questo senso la ricerca di Mandracchia è decisamente
contemporanea in quanto è in grado di contraddire il diktat modernista
che invitava ad evitare la commistione di differenti campi della cultura.
Si pensi, a tale proposito, alla famosa affermazione di Mies Van der Rohe
che sosteneva, appunto, "Non parlate... costruite!". Alla base
di questa chiusura dell’architetto rispetto al valore creativo del
linguaggio, esiste una reale diffidenza verso la possibilità di
utilizzare il "sistema-linguaggio" a completamento del "sistema-architettura".
Con le sue installazioni-ambienti, Mandracchia sembra liquefare questa
regola e parlarci più di leggerezza che di codificazione; e questa
stessa sensazione non si lega soltanto alla scelta dei materiali (o quanto
meno non solo), ma si estende al momento di fruizione soggettiva del lavoro
nello spazio, in cui allo spettatore non rimane altro che confrontarsi
con la semplicità di un ritmo, di una luce o di un’immagine
in grado di ironizzare sulla vuota complessità del quotidiano.
I riferimenti ad un’estetica optical, i legami ad un’idea
di architettura utopica ed umana, nonché i richiami alla storia
dell’arte e alle composizioni pittoriche, tutti questi elementi
si alternano sotto forma di influenze non regolamentate, dove il fallimento
dei diversi sistemi di valore totalizzanti (il migliore dei mondi possibili
del Dottor Pangloss) non viene mai riconosciuto e corretto, ma al contrario
evidenziato e vissuto ironicamente, al di là di ogni illusione.

> > >
Four monitors on the ground, covered by their own
pierced packing boxes, reveal a constellation of colored points, crazy
atoms that sparkle solitarily, creating irregular optical patterns. On
the wall a white neon light illuminates with a strictly functional brightness
a composition of still lives, drawings on paper and fascinating and anonymous
prints. Stefano Mandracchia’s installation for neon>fdv seems
like a sad celebration of contemporary vanitas, where the crudity of the
installation is offset by an almost pictorial rhythmic movement of colors
and lines, by an instant of genuine and simple equilibrium. “Everything
Sucks,” or even better: everything sucks… in the best of all
possible worlds. In Voltaire’s Candide, Doctor Pangloss (in Greek,
“all speech” or “all talk”) is described as an
erudite philosopher and expert tutor and, as such, the best of all possible
philosophers and tutors. Simple cause-and-effect: there exists no effect
without a cause and, from the moment that every object was created to
serve a defined purpose, everything that surrounds us is not only good,
but simply the best. Even in the midst of a tidal wave that leaves Doctor
Pangloss and the same Candide as the only survivors (together with the
most violent of the sailors, a nefarious man and Voltairean Judas), the
philosopher proudly observes the truth of his theory, demonstrating through
a logical deduction how that section of sea was expressly designed to
accommodate such a disgrace. This obtuse positivist obstinacy, brought
to its dogmatic extreme, suggests an acceptance of the plight and squalor
of human action as an inevitable (and inevitably good) result of the reality
that envelops us. The direct outcome of an abuse of such thought (once
again: cause-effect) leads directly to a sort of trivial fatalism: the
baseness that is all around us is a necessary consequence, and as such
an optimal one, that will resolve every situation for the best. But what
happens if everything that surrounds us is insignificant? In the installation
“Everything Sucks,” presented by Stefano Mandracchia for neon>fdv,
the use of a cheap and direct aesthetics, the re-proposition of the concept
of simple unity (pixels-atoms) through a television’s packing box,
the practical exploitation of a neon kitchen light as illumination for
drawing and prints of contemporary still lives as useless as they are
pleasant—all this seems to suggest to us a critical response, disillusioned
and suggestive of the clichés of a determinist use of materials
and sources of inspiration, in favor of a romantic attitude towards the
beauty of composition, of the moment, and of balance. Not only is the
work presented in an essential and direct manner, but Stefano seems to
invite us to experience it to its extreme consequences, tracking the tenuous
rhythmic beauties of the installation: the aspect of the composition that
we could define as pictorial, rhythmic, weightless. This does not mean
that the artist wishes to exalt some hidden quality in the aesthetic ruins
of the banal; on the contrary, Mandracchia seems to suggest that there
does not exist any hidden quality to be recuperated in his work, but that
it is precisely in the ashes of this disappearance and the ensuing dismay
that we should perceive a fantastic lightness; there remains only the
moment of fruition, a persisting rhythm, a perfectly resonant note, or
a balanced color. The initially disinterested, even frivolous composition
allows the importance of giving a ‘horizontal’ sense to the
artistic search to be emphasized: a movement in the value systems created
by various fields of making and considering art. An example could be found
in the acquisition of architectural and pictorial plans as integral parts
of the artist’s work, using these different designs in a metaphorical
way, placing them next to each other to create unorthodox compositions.
Thus making use of an architectural language allows the creation of an
alternative image of the human being and of that which is constructed
around it, turning itself into a metaphor of its own future; all this
is in turn combined with pictorial references that dictate a rhythm based
on directly perceptible qualities such as color and the disposition of
different unities and rhythm in the space. This whole process is more
horizontal than vertical: it does not speak of architecture of painting,
but it rather acquires meaning through their value systems. It examines
a reasoning of the possibility of utilizing languages symbolically in
order to create a mood, a perceptible and livable aura. It is not accidental
that Stefano’s work seems to be closer to the definition of “environment”
than of installation: the architectural plans are the structural bases,
while the pictorial designs, through rhythm, color, and arrangement, seem
to constitute the ‘passing of authority’ to the spectator.
In this sense Mandracchia’s investigation is decidedly contemporary
in that it is able to contradict the modernist diktat that suggested an
avoidance of the mixing of different areas of culture. Such a proposal
causes one to think of Mies Van der Rohe’s famous statement that
claimed, precisely, “Don’t speak… build!” On this
base of this closure of the architect with respect to the creative value
of language, a real distrust exists of the possibility of using the “language
system” in completion of the “architectural system.”
With his installation-environments, Mandracchia seems to liquefy this
rule, and speaks to us more of lightness than of codification; this same
sensation is not only connected (or not exclusively connected) to the
choice of materials but extends to the moment of subjective fruition of
the work in the space, in which nothing remains to the spectator but to
confront him- or herself with the simplicity of a rhythm, of a light,
or of an image that makes an ironic statement about the empty complexity
of the everyday. The reference to an optical aesthetics, the links to
an idea of utopian and human architecture, as well as the appeals to art
history and pictorial compositions—all of these elements alternate
under the form of unregulated influences, where the failure of various
value systems (Dr. Pangloss’ best of all possible worlds) is never
recognized and corrected, but on the contrary is highlighted and lived
ironically, beyond every illusion.
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