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mercoledì
11 febbraio 2009 ore 19.00
short show #12
Diego Tonus
a
cura di Andrea Bruciati
Abbi
cara ogni cosa
Poiché non pesa nulla,
anche il sognatore più massiccio
può volare senz'ali.
Wystan Hugh Auden
L’arte è uno stato di necessità, un problema di gerarchie
e di urgenze. Un artista fa l’‘artista’ per proteggere
una posizione, per indicare un modo di osservare l’arte, cercando
di aggiungere nuovi assiomi estetici. L’arte è il risultato
di una urgenza; l’urgenza di una società che non pensa più
a lungo termine, ma che risolve i problemi di volta in volta: l’opera
è un momento introspettivo, necessariamente romantico. Alla fine
resta l’immagine, sottile e lirica, eterna attrazione: desiderio
senza orgasmo.
Diego Tonus muove verso una ricerca materialistica
dell’infinito, come un novello Giordano Bruno: le opere sono una
sorta di rivelazione del reale, che si irradia mediante una metodologia
di accertamento. La sua ricerca volge a disvelare le potenzialità
simboliche insite nelle cose, come se ricercasse un alfabeto per ataviche
scritture. D’altronde come in una dimensione primeva, la rivelazione
profetica e creativa si attua nel solo dominio dell’immaginazione,
concepita come capacità di riprodurre o anche di produrre rappresentazioni
ed interpretazioni di cose esterne considerate come presenti. Come per
il filosofo, si avverte una fondamentale unità fra gli elementi,
una stringa di energia sottesa che l’artista mira ad evidenziare
per conferire nuova sostanza ad elementi del quotidiano. Non si tratta
di solo detournement surreale ma, impiegando strategie operative dove
forte è la componente fattiva e fattuale dell’artista, si
crea quasi una ‘attrazione allegorica’ nell’opera, creando
improvvise interruzioni temporali e spaziali. Con queste modalità
vi è una sorta di diniego, una forma di resistenza da parte di
Tonus delle tecnologie mediatiche e della produzione dei beni di consumo,
nonché un recupero delle proprietà più propriamente
fisiche, degli elementi base oserei dire. Le opere sono intimamente legate
alla loro realizzazione, l’oggetto che viene dato risulta di per
sé incongruo e rimanda ad una dimensione avulsa dal tempo.
Diego ribadisce: “Non mi interessa e non voglio dire altro che quello
che si vede. La narrazione agisce nella non narrazione. Non sta a me raccontare.
Il titolo e il lavoro vivono insieme e allo stesso tempo su due piani
paralleli. Nei miei interventi più che parlare di personaggi o
altro mi piace immaginare delle presenze. Sono presenze che creo io e
che trovano una posizione determinata nello spazio in cui sono installate...
trovano un loro posto... e si attivano nel momento in cui poggiano su
quel dato punto, quella precisa collocazione: si viene così a creare
una tensione, che è parte integrante del lavoro.”
Andrea Bruciati

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