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neon>fdv short show # 10 ZBARAZ Andreas Golinski
7-16
febbraio 2008
Ci sono tre modi, tre comportamenti interpretativi possibili di fronte ad un’opera che investe un intero ambiente.Il primo è il più immediato. Ci si abbandona completamente ad esso. Se ne è risucchiati. Oppure no.Lo si respinge a priori sulla base di convinzioni - o convenzioni - di gusto o di adeguatezza critica.In ogni caso, gli eventuali strumenti interpretativi entrano in gioco dopo.Un comunicato stampa, un testo introduttivo, una conversazione, disegnano una traccia che contestualizza, apre più o meno di poco, conferma eventualmente. Comunque mette le cose a posto, rassicurando definitivamente tutti nelle proprie posizioni e nella propria postura, scettici e curiosi. Il secondo modo consiste cioè nello stabilire un patto che designa in modo definitivo il proprio punto di vista.Infine, terza possibilità, si rientra. E si ritorna all’opera. Se ne verificano più o meno rapidamente le condizioni raffreddando, rimisurando e sistematizzando il proprio spettro interpretativo. Zbaraz di Andreas Golinski è senza mezze misure.Un solo testo, il suo.E, nello spirito della serie degli short show, una piccola scommessa.Un ottimo pretesto per un esperimento: abbandonare una convenzione.La convenzione, la scansione cioè di modi o di comportamenti, diventa una scansione più dilatata di tempi.Prima nulla, se non il testo di Andreas Golinski.Poi, solo dopo l’opening, un testo che ritracci l’esperienza e le fonti.Infine, un ulteriore breve testo, un ritorno. Una verifica, aperta naturalmente anche al fallimento. Questo
è un buco Cos’è
Zbaraz? Dov’è? E cosa rappresenta? Zbaraz di Andreas Golinski,
inizia fuori. Da una porta chiusa. Entriamo. Buio profondo. Solo suono.
O una sola proiezione video verdastra sulla parete destra. O ancora suono
e immagine insieme. È un ciclo. E le tre possibilità sono
montate una dietro l’altra. L’immagine video aiuta poco. La
telecamera riprende qualcosa dall’alto. Una canna di gomma, un tubo
poggiato a terra. Il pavimento, qualcosa come una cantina o una stiva,
di primo acchito sembra ripreso da una telecamera di sorveglianza. Ma
non è così. I movimenti sono umani. È un’esplorazione,
probabilmente una soggettiva. Il suono è intorno a noi. Ma la sensazione
è che sia sopra. Una porta, forse una botola, cigola. Passi, respiro.
E niente di più. Siamo soli. Letteralmente. Abbandonati a Zbaraz.Ritorniamo
fuori. In realtà non sappiamo molto di Andreas Golinski. Lavora
con il suono. Con il video, con la luce. E ricrea opere in spazi vuoti
che trasudano memoria. Ma sono drammaticamente silenziosi. Anzi, non proprio
muti o silenziosi. Quello mai. Afoni, piuttosto. Golinski ci lascia senza
appigli. Semistorditi e catturati. O imperturbabilmente disinteressati.
Ma non è il caso nostro.C’è qualcosa da scavare. Lo
si percepisce abbastanza chiaramente, come fosse un bizzarro suono di
sottofondo, appena fuori tempo rispetto al flusso del reale. Proviamo
a prenderla da un’altra parte. A quali costellazioni storico-artistiche
potrebbe appartenere Zbaraz e la ricerca di Andreas Golinski in particolare?
Non ci sono dubbi che per Zbaraz la referenza visiva più forte
potrebbe essere Mapping the studio (2002) di Bruce Nauman. E che un’idea
di scultura che lavora principalmente sulla percezione e sugli stati percettivi
del pubblico, possa essere molto importante. Le relazioni fra le proporzioni
delle immagini, dell’opera più in generale nel suo ambiente
con il corpo dello spettatore sono evidentemente misurate con attenzione.
E come in Nauman, più che in altri scultori dalle neoavanguardie
in poi, gli eventuali oggetti in campo assumono necessariamente un valore
evocativo e metaforico fortissimo. Per quanto possa restare enigmatico
o sepolto.Il trattamento del suono fa pensare ad un lavoro di field recording
rielaborato. Forse. Le immagini video sono lacerti di sequenze possibili
di grandi sperimentatori del video, senz’altro eredi della scultura
espansa, come Viola o Hill. D’altra parte, se un’ipotesi di
contesto, meglio di costellazione di fondo, può essere questo,
c’è dell’altro che emerge. E - forse in modo improbabile
- è uno strano feedback con Luc Tuymans che attraversa le opere
di Golinski. Niente di immediatamente riconducibile. Ma un’impressione
di livelli. Una possibilità di tracce nascoste nell’immagine,
di indizi sepolti ma flagranti. Di eventuali, terribili altre verità.
Quanto un’opera, un percorso autoriale di ricerca possono illuminare,
riraccontare o ritrarre un territorio? Come si spostano e si costruiscono
i clichè di un territorio? Come un artista ne riverbera l’immaginario?
E, al contrario, quanto di un territorio penetra nell’immaginario
di un artista? Andreas Golinski viene da Essen, bacino della Ruhr. Industria
pesante, smantellamento. A volte, raramente, riconversione. Durezza, pesantezza,
sia sociale sia economica. Andreas si è formato negli anni della
fine di quel ciclo. Non scaviamo a fondo nella sua biografia, per questa
volta. Immaginiamo però che la suggestione di luoghi e soprattutto
di architetture abitate da fantasmi la cui memoria lentamente ma inesorabilmente
si scioglie nella terra, abbia un suo peso specifico da cui sia difficile
prescindere.Biografie, spazio fisico, architetture e luoghi.Ma anche –
evidentemente - biografia, storie, Storia, memoria.Gli indizi ci sono
tutti. E le chiavi probabilmente anche. Non resta che scavare. Con un’unica
accortezza. Un breve testo, in prima persona plurale, accompagna Zbaraz.È
l’indizio più limpido. Quello che rischia di essere invisibile,
nella sua evidenza. Zbaraz inizia fuori. Riguarda certamente qualcuno,
altrove.
There
are three ways, three possible interpretive behaviors in the face of a
work that encompasses an entire environment. The first is the most immediate.
One abandons oneself to it completely. One is sucked into it. Or not.One
rejects it a priori on the base of convictions – or conventions
– of taste or critical adequacy.In any case, the eventual interpretive
instruments come into play later.A press release, an introductive text,
a conversation, draw a trace that contextualizes, that opens more or less,
that eventually confirms. Anyhow, it puts things in their place, definitively
reassuring everyone in their proper positions and the proper posture,
skeptical and curious. The second way consists, thus, in the establishing
of a pact that definitively outlines one’s own point of view.Finally,
the third possibility, one reenters. And one returns to the work. One
verifies, more or less quickly, the conditions, chilling, re-measuring,
and systematizing one’s own interpretive spectrum.Andreas Golinski’s
Zbaraz is without half measures. One sole text, his own.And in the spirit
of the short show series, a small bet. A perfect pretext for an experiment:
abandoning a convention.The convention, the articulation of modes or behaviors,
becomes a more enlarged articulation of time. First nothing, if not Andreas
Golinski’s text.Then, only after the opening, a text that retraces
the experience and the sources. What
is Zbaraz? Where is it? And what does it represent? Andreas Golinski’s
Zbaraz begins outside. From a closed door. We enter. Profound darkness.
Only sound. Or a sole greenish video projection on the right-hand wall.
Or still sound and image together. It is a cycle. And the three possibilities
are mounted one behind the other. The video image helps little. The TV
camera records something from above. A rubber hose, a tube on the ground.
The floor, something like a basement or a boat’s hold, at first
glance seems to be recorded by a surveillance camera. But it is not so.
The movements are human. It is an exploration, probably a subjective one.
The sound is around us. But it feels like it is above us. A door, perhaps
a trapdoor, squeaks. Footsteps, breathing. And nothing more. We are alone.
Literally.
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