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maggio_30 giugno
opening mercoledì 30 maggio ore 19.00
Opere, multipli, edizioni e gadgets di: Anna Ferraro, Claudia Borsari,
Barbara Bottini, Angela Frascione, Domenico Grenci, Valentina Cosentino.
Dal Laboratorio di Grafica di Paolo Parisi all'Accademia di Belle
Arti di Bologna.
“Insicuro Noncurante” è un portfolio di 81 pagine
numerate che rappresentano il lavoro di Alighiero Boetti dal 1966
al 1975. Il lavoro comprende forme differenti, dagli schizzi originali
e collages, così come cartoline e lettere. La pagina n°
9 mostra il fotomontaggio “Gemelli”, che può essere
considerato programmatico di un aspetto principale del processo artistico
e di pensiero di Boetti. L’immagine visualizza la separazione
e lo sdoppiamento della propria personalità che l’artista
porta a compimento nel cambio del suo nome in Alighiero & Boetti.
In questo modo egli estende la propria percezione del mondo come ordine
bipolare, nel quale gli opposti interagiscono in ordine sintetico.
(...) “La noncuranza è un termine usato per la prima
volta nel saggio di Ian Burn “Gli anni Sessanta: crisi e conseguenze
(Ovvero memorie di un artista ex-concettuale)”, in Art &
Text, nel 1981. È un concetto di notevole importanza per
descrivere i tentativi del XX secolo di liberare dall'abilità
artigianale e da altre forme di virtuosismo manuale l'orizzonte della
produzione artistica e della valutazione estetica. Nel momento in
cui l'oggetto trovato industriale, da cui ogni processo artigianale
è bandito, è stato proclamato opera d'arte, la produzione
collettiva dell'oggetto meccanico in serie ha preso il posto dell'opera
eccezionale realizzata dal virtuoso.” (...)
da Hal Foster / Rosalind Krauss / Yves-Alain Bois / Benjamin H.D.
Buchloh, "Arte dal 1900. Modernismo, Antimodernismo, Postmodernismo",
Zanichelli,Bologna, 2006
Da questi e altri appunti nascono le riflessioni che hanno dato vita
due anni fa al Laboratorio di grafica di cui questo evento è
manifestazione, appunti che contengono quegli elementi che ho ritenuto
necessari per la stesura del progetto di un Laboratorio all’interno
dell’Accademia di Belle Arti.
“Gemelli-Twins” appare nella copertina della dispensa
distribuita agli studenti e diventa anche il titolo (a pieno titolo)
dell’evento attuale, ponendo l’accento sulla trasformazione
che quest’immagine indica. Dall’idea di modus operandi,
che ha caratterizzato la produzione artistica degli anni ’70
, al modus vivendi attuale che Boetti anticipa e in qualche modo preconizza
con quest’immagine che investe direttamente l’identità
dell’autore, duplicandola.
In un contesto come quello accademico, dove la didattica dell’arte
è stata sin dall’origine affidata alla sicurezza (presunta)
rappresentata dalla cura della perizia tecnica e del virtuosismo artigianale
— spesso utilizzate esclusivamente come autodifesa nei confronti
del mondo, e quindi come chiusura e protezione — la semplice
volontà di trattare all’interno di un laboratorio argomenti
quali l’insicurezza e la noncuranza risulta già di per
sé eloquente rispetto alla posizione nei confronti del mondo
e alle aperture che ho inteso suggerire agli studenti.
Da queste premesse abbiamo approfondito l’idea di riproducibilità
e ciò che quest’idea ha generato nello specifico campo
della grafica, e più in generale nell’arte contemporanea,
dagli anni ‘30 (1936, data di prima stesura del testo di Benjamin
sull’argomento e della realizzazione da parte di Marcel Duchamp
dell’opera “Bôite en Valise”) fino ai nostri
giorni. Seguendo un percorso che dalla messa in discussione dell’aura
dell’opera d’arte originale, passa per la critica verso
la singolarità dell’autore (la riappropriazione post-moderna)
per giungere all’identità condivisa di un autore che
non crea più solo oggetti ma che diventa detonatore di situazioni
di aggregazione tra le persone, fornendo e creando le condizioni affinché
la gente si incontri, parli, si conosca, condivida l’arte...
Accanto a questo Io narrante di ricostruzione storica, all’interno
del laboratorio ho cercato di stimolare la consapevolezza, la determinazione
personale e l’identità singola chiedendo poi di manifestarle
attraverso la formulazione di ipotesi di lavoro.
Successivamente abbiamo deciso di creare un contenitore unico che
tenesse insieme tutte le individualità e che diventasse l’edizione
del laboratorio.
Questa idea si è manifestata inizialmente sotto forma di architettura-casa,
quindi un oggetto, una scultura, per poi trasformarsi in progetto.
Il progetto di questo evento. E che, grazie alla disponibilità
di Gino Gianuizzi, che da oltre vent’anni con neon si propone,
a Bologna e più recentemente anche a Milano, come spazio aperto
alla conoscenza e alla pratica della ricerca artistica attuale, nazionale
ed internazionale, oggi si realizza.
In questo percorso, non chiuso e svincolato da qualsiasi specifico
tecnico in particolare, ma piuttosto concentrato sul rapporto tra
l’individuo e il linguaggio dell’arte, il punto di arrivo
è ancora oggetto di ricerca, da parte di tutti, me compreso.
Risulta evidente l’impossibilità di definire i contorni
netti di un ipotetico confine tra grafica d’arte e grafica tout
court, tra opera da museo e da galleria e oggetto di design, tra edizione
d’arte e oggetto moltiplicato da supermarket. Ma soprattutto
viene confermata la riflessione di Benjamin relativamente alla rivoluzione
introdotta dalla riproducibilità: “(...) già precedentemente
era stato sprecato molto acume per decidere la questione se la fotografia
fosse un’arte, ma senza che ci si fosse posta la domanda preliminare:
e cioè, se attraverso questa scoperta non si fosse modificato
per sempre il carattere complessivo dell’arte. (...)”
da
Walter Benjamin, "L’opera d’arte nell’epoca
della sua riproducibilità tecnica", Einaudi. Torino, 1966
L’intenzionalità artistica può segnare la differenza
rispetto agli oggetti, ai prodotti, alle immagini e alle idee che
ci circondano e che non nascono con la stessa intenzionalità,
per via dell’utopia che è contenuta nell’arte e
per via della possibilità di introdurre delle informazioni
che soddisfino la necessità dell’individuo di ragionare
con la propria testa. In quest’occasione, e per questa generazione
di studenti, l'arte non si propone come spazio di rottura e di scontro
ma piuttosto cerca di rendere possibili e soprattutto dialoganti la
pratica e il confronto dei sentimenti personali rispetto alle ideologie
dominanti, dei processi formali e produttivi locali rispetto a quelli
globali, dei sogni privati rispetto alle pubblicità omologanti,
della vita di quartiere rispetto alle modalità standardizzate
di produzione e di comunicazione.
The Artway of Living.
Firenze | maggio 2007
Paolo Parisi